Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Ormai non posso fare a meno di guardarlo, ogni volta che La7 manda in onda Marco Paolini. In diretta, senza stacchi pubblicitari, robe fatte bene. Checchè ne dica quel gradasso di Aldo Grasso. (Può essere che gradasso mi sia venuto solo perchè faceva rima, ma può anche essere che ci stia anche come significato, eh, mi sa.) Qui e qui ci sono due pezzettini ini ini. Se solo Paolini accettasse le interruzioni pubblicitarie, imparerebbe ad asciugare di più le sue storie, a riflettere sull'importanza del ritmo in tv. Se solo un cazzo, caro Aldo. Dico: una volta tanto (tanto tanto) che in televisione passa qualcosa di non prefabbricato, una volta tanto che è la televisione ad adeguarsi all'intorno, ad abbassarsi sull'esterno, sull'altro-da-lei plebeo, e non è la televisione a comandare, a dettare il tuo cazzo di ritmo, caro Aldo, a imporre format e modi di dire, quella volta tanto dovremmo solo sentirci tutti più sereni. La famosa boccata d'aria fuori da un locale pieno di sigarette. Del tipo: fiuuu, possiamo tirare avanti ancora per un po', se è così, pensavo peggio.
Io di lezioni di economia e di prediche, comunque, non ne ho viste, Aldo. Al massimo: spunti, qualche opinione, osservazione. Proprio come possiamo e dobbiamo fare tutti: prendere e offrire spunti, osservando, e farsi qualche piccola opinione. Opinabili, le opinioni, tra l'altro, ma farcele. Ieri sera c'era Roberto Saviano su raitre (tranquillo, Aldo, lì c'era la pubblicità) e negli spot per quell'evento la voce di Roberto Saviano leggeva un passo di Ken Saro-Wiwa: "La letteratura dev'essere al servizio della società immergendosi nella realtà, intervenendo; e gli scrittori non possono semplicemente scrivere per intrattenere o per speculare sulla società: devono avere un ruolo attivo. La parola è potere, ed è ancora più potente quando diventa d'uso comune." Magari il paragone con le lezioni di economia è esagerato ed è saltato all'occhio solo perchè le due cose sono coincise negli stessi giorni. Ma magari no: magari davvero quel teatro lì serve a qualcosa, anche fossero lezioni di economia.
Ma soprattutto: viva le lezioni di economia, se sono fatte così.
E viva le lezioni di fisica. Perchè in quel momento, quando ha fatto sentire il peso della nostra ignoranza citando il principio di indeterminazione di Heisenberg e chiedendo agli spettatori cosa sia l'entropia, quella sì, forse, era una lezione di termodinamica, una lezione come si deve. Uno che non è un fisico parlava a gente che con tutta probabilità non sapeva un'acca di fisica, e riusciva ad essere chiaro senza banalizzare l'argomento scientifico, come spesso si fa tra ignoranti. Tanto più che di solito, in tv, la scienza (a parte Angela senior e junior e poco altro) è sempre mal-trattata, e bistrattata. Tanto più. Gesticolava e ci infilava qualche battuta, un professore in gamba, col fatto suo e disinvolto, insomma, di quelli piuttosto amati dagli alunni. Dal punto di vista scientifico: non ha detto sciocchezze, anzi, mi pare abbia interpretato bene sia il principio di interpretazione di Heisenberg ("un bagno di umiltà") sia l'entropia e il secondo principio della termodinamica; e dal punto di vista "didattico": ha inserito perfettamente quei concetti nel discorso che voleva fare, rendendoli accessibili, riflessivi e "sociologici". (Che è sempre una parola che suona brutta, sociologico, non so perchè. Perdonatemela.)
Tra l'altro, caro Aldo, se vogliamo dirla tutta, tecnicamente: non ci ha fatto sentire ignoranti anche perchè ha detto subito, come battuta, che prima di venir lì aveva cercato le cose su wikipedia. (Tiè.) Una battuta, leggera, ma servono a quello, no?, le battute: ad alleggerire e bilanciare i pesi, a non far sentire inferiori.
Il ritmo, Aldo. Si chiama così perchè ce ne sono tanti, può variare, dà personalità e identità alle cose. Se è prefabbricato tende a fare schifo. Della serie: Marco Paolini ∞ - Aldo Grasso 0.
A volte torna anche voglia di scrivere rispettando la grammatica accademica, la sintassi di regime, i decreti-punteggiatura, il divieto di neologismo e l'intero protocollo burocratico. Come i temi a scuola insomma. Roba legalmente inoppugnabile, magari noiosa ma inoppugnabile. Viene voglia di tentare il testo argomentativo. (Sbandieratissimo in quinta elementare, quando solo per il nome pareva roba importante e non adatta ai minori di dieci anni, e poi oltretutto era un testo saggio, giusto, equilibrato, democratico ed educato: prendi il fatto o la questione, metti in fila pro e contro, li esamini, li bilanci e ti esce - quasi matematicamente - la tesi. Saggio, giusto, democratico eccetera.)
Però c'è che l'accademicità fa venire prurito, quasi come le ortiche, eh? L'esagerata geometria, gli in primo luogo e gli in secondo luogo, i conseguentemente, la mediocre vacuità degli in qualche modo e ad ogni modo, a lungo andare fanno venir prurito.
Quindi quasi quasi ritratto.
Anche se poi, mettendola troppo sul volgare parlato, sullo spigliato divertente, sembra sempre che chi parla abbia le idee chiare, le opinioni decise. E' un guaio. Perchè vi assicuro che qua chi parla non è mai decisa decisa, nelle idee, anzi. Il blog deforma. Fatto a caso.
Io comincerei col premettere, per quelli che lo sostengono lo sostenevano o lo sosterranno, che un crocifisso non può offendere nessuno. Cioè, che offendere è una parola abbastanza grossa, vuoldire che ti fa male. E il crocifisso (così come la stella di David, la falce di luna, lo stemma dell'Inter o il logo dell'UDC) al massimo può dar fastidio, non può offendere. (Primo.)
Puoi essere infastidito, quello sì, e innervosito. Magari ti hanno insegnato che la Costituzione dice che siamo in uno stato laico e tutte quelle cose lì, e ti hanno insegnato anche la matematica e la logica e in quel crocifisso in classe ci vedi un'incongruenza. E le incongruenze possono dar fastidio, in effetti. L'incongruenza c'è anche, quindi, nel fatto che non si capisce perchè bisognerebbe toglierli solo dalle scuole e non da tutti gli altri edifici pubblici, per esempio. (Ma qui siamo un un comma bis.)
Qualcuno dice che il crocifisso va oltre la religione, è simbolo della tradizione di questo Paese. (Per ridere si può obiettare che anche la pizza è tradizione di questo paese. Prorio culturale, non solo alimentare. O il calcio, eccetera eccetera. Ma comunque.) Sembra che le tradizioni siano obbligatorie. Imposte dall'alto, intoccabili. Che non si possano mettere in discussione, magari in nome di qualcosa di più universale chiamato, tipo, libertà. Ma anche: che sia obbligatorio mostrarle, queste dannate tradizioni. Fare lo show, mettere le bancarelle e chiamare la banda per la festa del patrono, se no chi si accorgerebbe che sono tradizioni? (Secondo.)
E' una questione di principio, questo si sa. Perchè praticamente si tratta solo di due pezzettini di legno incrociati che rimangono anche abbastanza inosservati, di solito in classe, al massimo servono perchè se la lezione ti annoia ti puoi distrarre a guardare i muscoli di Gesù Cristo o cose così. Senza essere eretico, eh, sono sole cose che capitano in classe, quando ci si annoia ci si distrae con qualsiasi cosa. Comunque. Quelli lo vogliono per difendere la cristianità, questi non lo vogliono per la laicità. Questione di principio, dunque. C'è da chiedersi se un cristiano non può essere cristiano, o anche cristianissimo, anche senza crocifisso in classe. (Può averne quanti ne vuole a casa, del resto, e in chiesa.) E se non può finalmente capire che c'è chi non la pensa come lui, e che, visto come stanno andando le cose, saranno sempre di più. Un minimo di plasticità mentale. E la scuola ha mille altri problemi ben più importanti, è vero, e i non credenti sono andati avanti fino ad adesso coi crocifissi e sono sopravvissuti. Chiederebbero solo un piccolo dettaglio formale. Una questione formale.
Comunque c'è innanzitutto da turarsi il naso, perchè questa storia puzza già tanto, ma tanto, di facile strumentalizzazione, di stupida indignazione e audience-fervore e di proclami pubblici.
(Sarà che a me i simboli, in quanto simboli, mi stanno piuttosto antipatici. Sarà che preferisco mille volte uno che ha una religione e la sente in silenzio e la pratica come meglio crede, piuttosto che chi si crede credente, per tradizione, quelli che "non si può dire che sia clericale, come Boccaccio amo rider dei frati, ma ossequio sempre lo zio cardinale e vado a messa nei dì comandati",e ce ne sono tanti, che sono la rovina della religione più ancora della religione stessa. Perchè la religione un po' di sostanza ce l'ha; quelli invece fanno solo numero, quindi a maggioranza vincono sempre. A peso specifico, non so.)
- Ci son troppe cose da dire sui fiumi, ragazzo. A partire da Eraclito in poi. Che poi Eraclito ormai è troppo famoso, con 'sta storia dei fiumi che scorrono e non sono mai gli stessi, è popolare, l'Erac. E credo che se fosse vivo s'incazzerebbe assai, perchè di lui tutti si ricordano solo il panta rei. Una specie di tormentone, di slogan pubblicitario, un'associazione mentale obbligata. Avrà pensato anche molte altre cose, immagino, ma nessuno le ricorda mai.
- Chi è Eraclito, papà?
- Quello che ha detto panta rei, che tutto scorre. Che non ti puoi bagnare due volte nello stesso fiume. E sai perchè, ragazzo?
- No.
- Indovina.
- Perchè se stai troppo in acqua ti viene freddo e la congestione.
- No, perchè l'acqua del fiume continua a scorrere, e quando ti bagni una volta c'è dell'acqua, ma quando ti bagni la seconda volta quell'acqua di prima è già andata via, perchè scorre, e quella che ti sta bagnando è dell'altra acqua. Capito?
Sono delle robe forti, i fiumi. Macinano chilometri e chilometri, curvano e rallentano, raccolgono rigagnoli vari lungo il percorso e distribuiscono fossi ai campi, osservano dal basso i pazzi che fanno bunjee-jumping, e intanto: collegano i posti. E loro rimangono sempre gli stessi, in tutto questo, eppure cambiano. Se abiti vicino a un fiume pensi che sia roba tua. Ci vai d'estate a prendere il sole, a pescare, o solo a guardarlo, conosci le stradine e le scorciatoie per arrivarci, le passerelle. Non ci pensi che intanto, nello stesso identico momento, ci sono delle persone che fanno le tue stesse identiche cose in un altro posto, con lo stesso fiume. Dalla val Seriana fin giù a Crema: è sempre il Serio, ma tu mica ci pensi ai cremaschi. Mica ci pensi che ci sono i paesi che si chiamano "al Serio" o "sul Serio" anche là. L'Adda, idem. Si fa tutta la Valtellina, entra nel lago di Como ed esce dal lago di Lecco, poi tutta a sud, prende il Brembo, va ancora fin oltre Lodi, prende il Serio e alla fine passa tutte le consegne al Po. E si chiama sempre Adda. I lecchesi e i cremonesi magari nemmeno si conoscono, eppure hanno un fiume in comune. Se un lecchese si butta nell'Adda e comincia a nuotare arriva dritto dritto all'Adriatico, è fantastico. E là ci trova torinesi, veneziani e tutti gli altri.
Ma poi c'è proprio la storia che i fiumi finiscono, e si mischiano. Il Brembo a un certo punto finisce, così, da un momento all'altro, entra nell'Adda e non si capisce più cos'è Brembo e cos'è Adda. Guardalì lì: l'Adda a sinistra e il Brembo a destra. I limiti. Bartleboom. Eccetera eccetera.
- Eh, papà?
- Niente. Sono anche famosi, alcuni fiumi. L'Adda per esempio è quello attraversato da Renzo quando scappava, che separava il ducato di Milano dalla repubblica di Venezia, e adesso la provincia di Milano da quella di Bergamo, per esempio. E poi c'è tutta la questione dei ponti.
- Famosi, papà? Chi è Renzo?
- Sei piccolo, lo conoscerai, vedrai.
- Ah. Posso nuotare papà? Voglio arrivare al mare.
- Certo, va'. E salutami tutti.
Ci lamentiamo annoiati se i vecchietti dicono che ai loro tempi certe cose non succedevano, ai loro tempi loro sì che faticavano, e una volta le cose funzionavano e c'erano ancora i valori eccetera; e subito dopo arringhiamo contro i bambini di oggi che sono viziati e iperprotetti e vanno sulla bici col casco e sono lobotomizzati dalla televisione e dai genitori che ce li lasciano davanti per ore, a guardare il grande fratello e i film con le pistole.
Abbiamo più o meno vent'anni e ci sentiamo giovani e vecchi assieme.
Ci giriamo per e-mail o per facebook robe tipo questa, per ricordare i bei tempi andati e per convincere e convircerci che eravamo meglio noi, e che lo siamo ancora, quindi.
Perchè il nostro Capitan Findus era un vecchietto saggio e coraggioso, era il nostro quinto nonno, e non quella specie di sex-symbol che l'ha rimpiazzato, che poi le ragazzine crescono troppo presto. E pensiamo che Capitan Findus sia un'argomentazione ragionevole per spiegare una volta per tutte la causa di questa deriva del mondo. La regola di Capitan Findus.
Io dico che - noi cresciuti negli anni novanta - abbiamo vent'anni, venticinque. Non siamo teen ma non siamo neanche vecchi. Neanche adulti se è per questo, ne sono più o meno convinta.
Non giocavamo con le Winx e coi Pokemon, è vero, i nostri amici li chiamavamo col telefono fisso con il filo, ascoltavamo Cristina D'Avena e non i Dari, le ricerce le facevamo in biblioteca e non su wikipedia. Tutto vero. E possiamo anche menarcela con le care vecchie lire, se vogliamo, ché noi le abbiamo viste, conosciute, le abbiamo maneggiate. (Fa niente se le usavamo per pagarci il chupa-chups: le abbiamo maneggiate, sì.)
Ma su, non bariamo.
Sarà che l'infanzia, specie se vissuta bene come c'è da augurare a tutti, è una cosa così cara che fa sempre piacere riviverla, anche se solo con un filmato di youtube, e si è un po' troppo commossi e un po' poco lucidi a riguardo. Ma vogliamo davverlo vederla tutta questa differenza tra le Barbie e le Winx? Anche noi eravamo lobotomizzati dalla nostra televisione, tornavamo a casa da scuola per fiondarci su italia1 alle 16.00, vogliamo nasconderlo? Forse giocavamo in strada più di quanto lo facciano i bambini di adesso, ma non diciamoci che eravamo immacolati.
Il punto è che siamo una specie di generazione limite, nei nostri primi dodici-tredici anni abbiamo visto le lire ma anche i primi computer, Gino Bramieri ma anche SuperMario. Per i vecchietti siamo tali e quali ai bambini di oggi, quelli che a noi sembrano così diversi, così deviati. E tutte, forse, sono generazioni limite, senza confini netti, trincee dietro cui ripararsi e attaccare. Si chiamano "generazioni" apposta, perchè robe come 1492 e 1789 non hanno senso. Perchè il mondo continua ad evolversi, senza confini netti. Quindi, dai, non bariamo, non facciamo gli omoni.
Bisognerebe recuperare da qualche parte quello spettacolo di Marco Paolini andato in onda su La7 a Capodanno, quest'anno. Si intitola "La macchina del capo". Racconta dell'infanzia, la racconta come Marco Paolini sa fare e già questo merita, che finisce che hai le lacrime dal ridere e il cuore caldo. Ma serve perchè ti accorgi che hai trent'anni meno di Marco Paolini ma la sua infanzia è praticamente identica alla tua. Solo qualche marchio commerciale in meno, forse, ma è solo quello: cambiano i nomi. (Bambole, Barbie, Winx, per esempio.) I giochi, i modi di dire, i comportamenti, i ragionamenti sono molto più simili di quanto sia noi che i vecchietti immaginiamo. I bambini sono uguali dappertutto, nei meridiani e nei secoli.
Per cui non facciamo gli eroi, non facciamo i bambini, e piantiamola con certi melodrammi fasulli.
Capita a volte che si facciano scoperte musicali. Io in questi giorni ho scoperto Mannarino. Poi fa niente se avrei potuto "scoprirlo" quache mese fa al primo maggio, per esempio, e fa niente se "scoperta" non è il termine più esatto, dato che era in bella vista su raitre a Parla con me, e quindi in pratica ho semplicemente avuto la fortuna di pigiare il tasto giusto del telecomando. (Ma raitre, si sa, è una rete di nicchia, e raitre in seconda serata ancora di più, e quindi.)
Però è una bella soddisfazione, quella di trovare qualcosa di bello senza che tutti gli altri, i più, ti abbiano prima detto che è bello. E senza che magari lo diranno mai. I famosi più. Si gode a fregarli, a volte, i più.
(Svegliatevi italiani!)
Osso di seppia vai non tornare
c’è una città in fondo al mare
dove i diamanti non valgono niente
e la doccia è automatica
la pelle si lava da sola
basta fare sogni puliti e le donne sorridono tutte
e i desideri quelli più maschi sono esauditi.
Nota sul surreale. Viene ormai da pensare una cosa, dopo un ventennio di vita aliena su questa trottola geoide. Che da bambini in genere affascina l'irreale. Ma proprio quello lampante, senza una minima attenuante che possa salvarlo nel giudizio della giuria del mondo. Poi ci si rimane più o meno affezionati, ma si scopre che meglio ancora dell'irreale è il surreale. Che è come reale distorto, deformato, che va verso il non-sense ma mantiene una radice nell'aldiqua, che dà sostanza. Per chi vuole sognare, è il massimo. Più ancora degli orchi e degli animali che parlano, troppo facili, troppo esagerati. Il surrale è libero arbitrio, o semplicemente libertà. E anche come la mette wikipedia non è male, al di là del fatto che magari uno in storia dell'arte non l'ha mai fatto perchè si era indietro col programma, ci si era fermati troppo su Giotto.
Ogni tanto verrebbe anche voglia di scrivere un bel post mordace su tutto e su tutti, sulla politica in particolare, per esorcizzare un po' di schifo. ("Mordace" l'ho appena imparata, girovagavo tra i sinonimi di word col tasto destro.) Ma proprio di quelle discussioni violente di immediatezza che si fanno in autobus o in treno, commentando le notizie di quattro righe del metro, senza un minimo di rispetto per gli assenti, per i quotidiani a pagamento e per l'acume a cui una mente umana potrebbe mirare. Di quelli che questo problema? una bomba e via, tutto risolto.
Poi in realtà ci si ferma a meditare che forse non è il caso. Che un blog non è mica come facebook, che è un attimo che cambi lo stato, e guardi il video del tuo amico e due minuti dopo il video è già dimeticato perchè nel frattempo altri tredici amici hanno messo video, link e compagnia bella. Un blog è scritto e, cazzo, scripta manent. E se manent qualcosa di superficiale, sarà sempre superficiale, lì, scritto, a ricordarti di quanto sei stata superficiale quella volta. (Il blog non dimentica.) Facebook è decisamente più facile, si surfa in mille traiettorie ma tutte in superficie, come diceva il buon Baricco dei barbari. Per cui si capisce che attiri, è chiaro.
(Io invece finisco sempre a surfare su wikipedia, nonciclopedia e sveltopedia, su youtube e i maledetti "video correlati".)
Poi tutto questo ambaradam di presentazione non vuoldire per forza che sto per scrivere il post del secolo. Anzi. Ma neanche di troppo "mordace".
Solo stavo considerando che, a voler ben guardare, in questo periodo uno dovrebbe assumere mattino e sera integratori di Solidarietà bicarbonato, per soddisfare la necessità quotidiana. Solidarietà per Messina, solidarietà per l'Abruzzo (chè sta male abbandonare il vecchio bisognoso per il nuovo) e dunque anche per quel terremoto nel pacifico-non-ci-si-ricorda-bene-il-posto, solidarietà per Rosy Bindi, solidarietà per la Costituzione e quei pochi che ci credono, solidarietà per Santoro, per la Dandini, solidarietà per Falcone e Borsellino, e solidarietà anche per Cassano già che ci siamo, solidarietà solidarietà solidarietà. Te li devi scrivere su un biglietto se no dimentichi qualcuno.
(E in questo periodo i titoli mi vengono da schifo.)
(Ci sono ancora, eh, sìsì. E' solo un po' di me che se ne è andato, ma non sono la prima a dirlo, e se non sei la prima a dire certe cose quelle certe cose perdono un po' di sale e prendono a sapere di umidità, dicono, non lo so. Se si vuole ricominciare a parlare dopo un silenzio la cosa più semplice sarebbe avere qualcosa da dire, immagino. Ma non è mica obbligatorio parlare, lo dico sempre.)
Facciamo che vado di argomento serio e parlo del Nobel per la Medicina? Due cose, eh, così. Che io lo sapevo già cosa sono i telomeri, pappappero! I giornali tutti parlano di scienza e elisir di lunga vita e immortalità, e tentano le acrobazie per spiegare la biologia e le cellule e la proteina p53 a chi non è del ramo. Si apprezza il tentativo, certo, ma un po' viene da ridere comunque. E da pensare che in fondo la parte più importante di tutto starebbe proprio lì: chi sa che spiega a chi non sa. E' una delle cose più belle di questo mondo, credo.
Cioè: tanto tempo fa nacque l'universo, con tutti gli algoritmi e il linguaggio html sotto a reggerlo. Molto tempo dopo una parte di quell'universo cresce cresce e comincia a capire un pochino come funziona il tutto. Piano piano. Sbagliando e tentando. Più va avanti e più scopre che il gioco è tremendamente difficile, c'è da impegnarsi. Però intanto c'è anche da coltivare i campi e passare per strada a raccogliere i rifiuti, dunque bisogna che ci si organizzi i compiti, sarebbe un casino, altrimenti. Per cui il congresso degli umani si riunisce e dice "dividiamoci", come a nascondino. "Qualcuno ci si mette fin da piccolo con i libri e gli esperimenti, e vede di capirci qualcosa. Gli altri, che sono altrettanto importanti, facciano il resto e se ne freghino pure."
Così adesso siamo qua, con persone che vincono i Nobel e persone che quando al milionario gli chiedono "Se la signora Maria va a far la spesa e compra un chilo di mele e due sacchetti di farina da mezzo chilo l'uno, quanto pesa la borsa della signora Maria quando torna a casa?" quelle persone rispondono sudando che loro con la matematica hanno sempre avuto problemi.
Cioè: a volte (noi che si crede che gli scienziati siano solo dei delegati, a cui viene chiesto di rappresentare il genere umano nel cammino di conoscenza, dato che il genere umano intero non ce la farebbe eccetera eccetera) viene da chiederci per chi, poi, continuino imperterriti a scoprire cose del mondo. Dato che agli altri non frega niente, e con la matematica hanno tutti, sempre, avuto problemi. Fossi un insegnante di matematica o scienze, mi sentirei a priori un fallito su scala mondiale. (E i professori di letteratura, intanto, godono.)
Bisognerebbe insistere un attimo di più sul mescolamento sapienza-ignoranza, che c'è sempre un po' di una nell'altra e viceversa.
Ci vorrebbe un post di quelli forti, adesso.
Ci vorrebbe un filo conduttore ma ci vorrebbe di nasconderlo sapientemente tra le acrobazie del pensiero e della grammatica, sotto le frasi curve, i sinonimi luccicanti, la sicurezza fluida di un discorso totale e singolo.
Ci vorrebbe un'opinione, disseminata, importante, attorcigliata al post come l'edera sul tronco di un albero, da illuminare con pochi faretti studiati, come certe fontane.
Ci vorebbe anche di evitare le banalità che a volte vengono fuori come il prezzemolo (appunto).
Ci vorrebbe esserne capaci.
Non importa se passi più di mezz'ora a fare la persona seria con la tazzina di caffè amaro in una mano e il Corriere davanti. Importa più quello che sei e che pensi dopo, finito il caffè e chiuso il giornale. Che sono mezzi, ricordiamocelo, non fini. Non importa se su due pagine aperte una e mezza è pubblicità, e questa è la realtà e questo è il futuro. Importa che chiuso il giornale ci si torni a chiedere per l'ennesima volta che cosa sia una guerra, se c'è una definizione, se ci sia bisogno di una definizione, o bastano gli occhi, e si arriva perfino a chiedersi se è davvero così lecito pensare che bello e giusto sarebbe fare senza guerra, tutti: ce lo si chiede visto che intanto che si pensa così - convinti, eh -, da qualche parte nel mondo ci sono dei fucili che stanno sparando e delle mine che stanno aspettando, ci sono i "cattivi", insomma, a cui del pacifismo non frega proprio niente. Cioè: si pensa il bello e il giusto, ma nel frattempo nel mondo la pace è solo una bandiera colorata.
Con tutta l'ingenuità di cui dispongo vorrei chiedere a Obama o Bush o un qualunque capo politico o militare, col rischio di fare la figura della bambina: Perchè non puoi dire "io i miei soldati non li mando da nessuna parte, per nessun motivo e a nessuna condizione", così, a priori, per principio, senza sentire obiezioni, espressa fin dall'inizio come condizione insidacabile della tua politica? So che mi risponderebbero "io sono d'accordo con te, però, sai, non è così semplice" con migliaia di puntini di sospensione. E invece la mia domanda era proprio quella: perchè invece non decidi che è semplice? Sei il capo. Si discute su tutto, ma non sulla guerra. Basterebbe pensarlo davvero. A sfogliare il giornale viene anche da chiedersi quanti pacifisti veri esistano, al mondo. Molti sono solo finti, a quanto pare. (Sempre col rischio di passare per infantile.)
Poi ci sono molte altre cose da dire. Quest'articolo e la vignetta a fianco, l'incipit di quest'altro.
Post Scriptum del ventinove settembre: mi è venuta in mente in (molto) ritardo rispetto al post e quindi avrei dovuto semplicemente lasciarla marcire da dov'è venuta, però invece a me mi piace metterla lo stesso. Qualcuno disse:
Beata è la guerra, chi la fa e chi la decanta, ma più beata ancora è la guerra quando è santa.
(Ora che sei vera / sai la verità / siamo vivi per usarci)
"Il punto d'attacco è sempre superficiale." Disse proprio così, al quinto minuto di lezione, il professore. Era la prima lezione e le prime lezioni sono sempre interessanti. Poi al massimo se non sono interessanti puoi sempre distrarti sicuro col colore delle scarpe e dei calzini del suddetto professore, che, non conoscendolo, è ancora un estraneo e gli estranei si prendono sempre in giro senza troppe remore, no? In genere.
Però quella era interessante, di lezione. Prendi un virus (digli che l'ami, scrivigli canzoni d'amore), pedinalo e sta a vedere che fa. Vedrai, appunto, che la tattica militare dei virus è quella detta: si attacca alla superficie dei nemici con i reparti speciali (proteine semplici del Commando Capsìde, Ufficiali dell'Envelope), e solo dopo accorrono i battaglioni per assediare e asservire la capitale. Tremendamente efficace, come tattica.
L'alunno matricola ottomilacentocinquantaseivirgolasettantottoperiodico sobbalzò sul banco controllando, subito dopo, che il sobbalzo non avesse dato troppo nell'occhio. Quel professore doveva essere un gran genio, a svelargli così la soluzione che mai, nessun familiare, amico, prete, psicologo, politico, letterato, catechista, negoziante di fiducia e poster gli era mai riuscito a spiegare. Che stupido! Tutta questa scala evolutiva per cosa, poi? Niente! Non son riuscito nemmeno a capirlo io, quando i virus vanno avanti così da millenni indisturbati. Punto d'attacco superficiale. Devo segnarmelo su ogni pagina dell'agenda, lo scrivo sul soffitto sopra il letto e imposto la suoneria della sveglia coi segnali morse. Sbagliavo su una stupidaggine del genere, e poi andavo a cercare la ragione nel profumo del mio shampoo.
L'alunno matricola ottomilacentocinquantaseivirgolasettantottoperiodico era a una svolta. A quanto pare sbagliava l'approccio. Lui puntava subito al cuore, si sedeva accanto a uno e gli chiedeva sinceramente affamato e fiducioso se fosse possibile che Baudelaire intendesse questo, con quella frase, e non magari la sfumatura sopra, e intanto dimenticava di complimentarsi per il colore delle All Star, oltretutto abbinato al calzino. Bastava ricordarselo, la prossima volta, e magari l'approcciato gli avrebbe rivolto un'attenzione meno aliena. Chissà.
Punto d'attacco superficiale. Si guardava allo specchio, l'alunno matricola ottomilacentocinquantaseivirgolasettantottoperiodico, e come gli attori che in un film interpretano il ruolo di attore, provava. Come ti chiami? Ah io sono la matricola ottomilacentocinquantaseivirgolasettantottoperiodico. Scusa, sai che ore sono? Ma hai visto le scarpe del prof?! Di dove sei? Cioè: quali sono le coordinate geografiche del materasso poggiato su una rete e avvolto in un paio di lenzuola su cui appoggi momentaneamente il tuo corpo inerte ogni sera alla stessa ora per dare modo al tuo cervello di rallentare un attimo con tutta quelle onde e ripartire ricaricato il giorno dopo? No così, giusto per sapere la distanza dal mio e quindi il sottomultiplo del fuso orario e sapere, così, per curiosità, quando mi alzo io, sapere se da te il sole è come lo vedo io o è più su o più giù, così. Cosa me ne fregherà, poi, di sapere di dov'è uno? Ma sono le leggi del mercato, caro specchio, così fan tutti, vediamo di giocare anche noi, per una volta.
Così l'alunno matricola ottomilacentocinquantaseivirgolasettantottoperiodico cominciò a vagare su questa Terra cercando di attaccare ogni superficie che incontrava. Santi Capsìde ed Envelope, pregate per noi. Non starò qui a descrivere le svariate peripezie che affrontò con coraggio e incoscienza, spirito d'avventura e fame, curiosità e bisogno. Però dirò la convinzione a cui sempre più pareva arrivare, o voleva, e la teoria che, sebbene da perfezionare nei dettagli, in linea generale era generalmente delineata, e che diede il nome alla sua prima e unica raccolta di "cellule bersaglio allo sbaraglio" (come recitava il sottotitolo): Siamo tutti virus. Se siamo capaci di attaccare con tecnica, di legarci alle molecole giuste, va a finire che infettiamo, in qualche modo. C'è chi lo fa meglio e chi peggio, chi più e chi meno, chi in fretta e chi no, chi è letale e chi più morbido, però in qualche modo infettiamo. Modifichiamo. Poi ci sono quelli che resistono bene e quelli che si arrendono, quelli che avevano fatto il vaccino e quelli che prendono subito le medicine, quelli che sanno come comportarsi e quelli che si agitano, eccetera. Siamo tutti virus e siamo tutti infettati, chi più chi meno. Avvelenati, se stiamo all'etimologia di virus.
Probabile che qualcuno, un suo stesso infettato direi, passando dinanzi alla sua tomba si guarderà prima intorno assicurandosi di non esser visto, poi prenderà un sasso dalla ghiaia per terra e lascerà alla pietra il compito di dirgli: "Sono avvelenato di te."
Una fantastica dichiarazione nel linguaggio neofantametascientifico del futuro.
(O anche il titolo del prossimo libro di Moccia, scusate ma.)