giovedì, 28 maggio 2009, 19:00
Quando non ho altro da fare, o forse proprio quando ho qualcos'altro da fare (che è meglio), mi domando sempre da dove vengano gli accenti. "Accento" è una parola bella, eh, sa di sapore, di posizione presa, di voglia definita e di vita. Ma poi in pratica è una confusione pazzesca. Com'è che d'in sopra il Po diciamo perchè e tutti gli altri dicono perché? O che anche solo nel giro di pochi chilometri tra Bergamo e la pianura più sfacciata si passi da praticamènte a praticaménte? Oppure che la stessa frase (la più banale, non so, "domani ti passo a prendere alle due, allora") pronunciata da un piemontese e da un napoletano abbia due intonazioni così diverse? Due musicalità così diverse. (Ed è strano anche che se senti in televisione il giornalista che dice strétto non fai una piega, e poi se strétto lo dice un tuo amico indigeno lo noti subito, come se parlasse un'altra lingua. Tutto è abitudine, l'odiosa.)
Coi dialetti, lì è più facile. Confusi sono confusi lo stesso (pensare a tutte le lingue che ci sono in un dialetto), però la dinamica dell'evoluzione si intuisce. Il bergamasco, per esempio, ha dentro budella di veneto, di spagnolo e francese, se vogliamo; si sfuma col milanese e col bresciano, con qualche sforzo può arrivare fino a Cremona, e Piacenza è lì. Così immagino tutti gli altri. Ognuno quindi, ogni orecchia che si rispetti, ha il proprio campo, con confini per niente definiti, dove può girovagare e capire, di più o di meno, 3 tacchette o 5 tacchette, come i telefonini.
Storia e Geografia, niente di più.
Ma l'accento, quello non l'ho mai capito. Primo assioma: i figli crescono con l'accento dei genitori. Va così. Ma tornando indietro, regredendo ad quasi infinitum, c'è una causa prima?
Magari in mezzo alle montagne, con le rocce e le sporgenze, il suono prende una certa curva che non può non essere. E l'Italia è piena di montagne, alte basse morbide nude verdi vicine lontane dolomiticheenon (pure la pianura, voglio dire, è una montagna piatta), e poi ci sono i mari e i venti, e tutte le variabili fanno l'equazione dell'intonazione. No, eh? Boh.

(Notiziona fresca fresca più o meno c'entrante: pare che si voglia inserire l'insegnamento del dialetto a scuola, in nome della salvaguardia delle antiche e preziose tradizioni locali. Ecco: ma anche no. Già ci sono quegli orrendi cartelli stradali marroni con scritto Berghem sotto Bergamo. Da sprofondare. Ma poi, cavillo logico per menti superiori: che cacchio di dialetto è se lo insegni a scuola? Il dialetto al massimo è una cosa punk, di ribellione e marchio sovversivo. Se vi piace, non snaturatelo.)

Categorie: politica, musicalmente parlando, ignoranza, leggerezza, varie ed eventualmente folli, motori immobili, geografando...
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Commenti
#1    02 Giugno 2009 - 10:36
 
Vai con il population coding!
Sottoscrivo la ribellione intrinseca del dialetto, memore di tutte le frasi del tipo "no Laura, a scuola devi parlare italiano" :)
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#2    07 Giugno 2009 - 14:36
 
A Firenze grossi accenti non ci sono.
Però hanno riconosciuto dandovenìo (da dove venivo) anche a Cordoba.
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